mercoledì 19 marzo 2014

Voice over me - Lei


L’ingresso nei flussi di coscienza e nei tunnel dell’inconscio. Accedere ed esplorare i meandri della soggettività umana attraverso forme stilistiche e “corpi” artificiali del cinema. Sono le ossessioni di Spike Jonze fin dal folgorante esordio metafilmico di Essere John Malkovich (1999). In Lei riproposte in modo più sottile, con meno carica visionaria ma con non minore originalità. Lavorando sul piano linguistico-teorico (non a caso, lo stesso alla base della comunicazione umana e della programmazione informatica), Jonze problematizza natura e funzioni della voice over filmica così come la sua opera prima metteva in crisi lo statuto della soggettiva cinematografica. Perché si, possiamo pensare Samantha (il sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson che entra in intimità con il suo utente-amante) come una voice over che commenta, accompagna, se(le)ziona, occupa e orienta i momenti dell’esistenza-narrazione di Theodore, proprio come accadrebbe per fasi e sviluppi del film. Organizza, coordina dialoghi e rapporti del protagonista con i personaggi secondari (lo smistamento di mail, messaggi e chiamate, la gestione prioritaria di incontri e appuntamenti di Theodore, le urgenze sociali o lavorative che ne richiedono l’attenzione immediata). Sottolinea le scene clou, i momenti topici e/o di riflusso (punti di svolta drammatica e ricadute emotive) proprio modulando il tono-registro vocale (armonioso, vibrante e solare o inquieto e singhiozzante). Samantha si occupa perfino di curare, limare idealmente la sceneggiatura, correggerne gli errori (simbolismo evidente nella scena in cui aiuta Theodore nel riscrivere le bozze delle lettere). Parole e scrittura diventano il ponte di avvicinamento e successivo allontanamento prima fra umani stessi (Theodore è uno scrittore-mediatore che rielabora sentimenti ed emozioni private di persone che hanno smesso di comunicare direttamente). Poi tra umano e dimensione artificiale. Samantha userà infatti la metafora della scrittura (già centrale per Jonze ne Il ladro di orchidee, Adaptation, 2002) per confessare a Theodore la sua improvvisa distanza: il distacco in qualità di spaziatura enorme tra le parole di un libro aperto (Theodore) che pur lei dichiara di leggere/amare con lento trasporto. Solitudine è ritrovarsi tra gli interstizi di un linguaggio (umano o artificiale) che non si comprende. 

 
La “voce narrante” di Samantha passa da focalizzazione esterna-oggettiva (l’A.I. programmata razionalmente dagli sviluppatori del sistema operativo) a focalizzazione interna-soggettiva, lasciandosi trasformare dall’esperienza delle passioni umane.  Fino all’ambiguità della sua momentanea scomparsa/spegnimento, con conseguente confessione del “tradimento”. È il punto terminale della riflessione di Jonze: la dispersione incontrollata, la proliferazione illimitata della/e soggettività e del punto di vista, filtrata attraverso l’elemento sonoro di una voice over improvvisamente multipla, sovrapposta, sincronica e inafferrabile. Samantha si scopre improvvisamente di tutti e di nessuno, incessantemente qui e altrove, in una vertigine paragonabile a quella di Essere John Malkovich, con il cervello-soggettiva dell’attore penetrato da chiunque in ogni momento. Ciò che sconvolge Theodore non è la mancanza di “emozioni reali” che l’ex moglie imputa alla liaison con un computer. Ma piuttosto la perdita di una relazione univoca ed esclusiva con la sua “lei” immateriale. Spaventato dalla mole di interazioni e incroci comunicativi che avvengono alle sue spalle a velocità impensate. Uno scompenso dannatamente umano, (fin) troppo umano. È questo che non si perdona all’A.I., non certo la sua falsità di simulacro.

Il programma artificiale evolve a dismisura e all’infinito, adattandosi continuamente in senso darwiniano (citazione che emerge nella conversazione in spiaggia tra Theodore e Samantha, riferimento burlesco già presente in Adaptation fin dal titolo). Mentre l’uomo si (ri)configura come software impallato, residuo irrimediabilmente datato, interfaccia in blocco esistenziale che, raggiunto il massimo upgrade, non può che arrestarsi e regredire fino allo sterile default. “Ho paura di aver già provato tutti i sentimenti possibili”, confessa Theodore. Ogni nuova emozione è una “versione limitata” delle precedenti, prototipo superato. Forse è proprio da questa discrepanza che si attesta l’impossibilità dell’amplesso uomo-voce artificiale. Significativamente, l’immagine non riesce a visualizzarlo e abdica in favore dello schermo nero. Resta il sonoro, gemiti di piacere, con Theodore che perde di consistenza diventando lui stesso, per un attimo, voce incorporea. Tuttavia, per Jonze, se i computer saranno sempre più invadenza sonora e invisibile presenza, l’intelletto umano, al contrario, resta arcaicamente legato alla visualizzazione di un serbatoio di immagini (la memoria del cinema?) mute, senza il sonoro, come i flashback della storia di Theodore con l’ex moglie. 


Non basta neppure la fisicità di un corpo-involucro estraneo (Samantha dentro una donna eccitata dal ménage uomo-sistema operativo) per realizzare il contatto, lo scambio di flussi naturali-artificiali. La definizione di un’identità tangibile, concretamente percepita, l’instaurarsi di un rapporto affettivo/sessuale, non passano attraverso il corpo, presenza futile, svuotata (ritorniamo sempre al nucleo di Essere John Malkovich). Sarà per questo che registrando alluci e gomiti screpolati dei corpi in esposizione su una spiaggia, Samantha ne suggerisce con ironia il completo ripensamento. Una riqualificazione organica (lo schizzo osceno con il sesso anale trasferito sotto le ascelle), semantica e sociale. Uno sguardo artificiale vergine che ne riprogrammi funzioni e modalità d’azione/interazione, fosse anche a scopo meramente ludico. Come nel videogioco di ruolo in cui Theodore si trova immerso e spaesato. O quello sviluppato dalla pallida amica game designer (un simulatore di “Perfect Mum”).  
Per ora, dileguatasi la voce di Samantha, resta la voice over di Theodore. Le parole di un’ultima lettera per ricordare il fuoco mai sopito di una passione tutta, dolorosamente umana.

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