mercoledì 12 febbraio 2014
giovedì 30 gennaio 2014
The Wolf of Wall Street
Il rumore dei soldi
Nel cinema di Scorsese, non si sente
più la fragranza delle banconote. Appassita come il profumo della prima moglie
di Jordan Belfort, lupo d'assalto con fiuto per la ricchezza e narici intasate dalla coca. Non se
ne percepisce nemmeno il gusto (“il denaro vinto è più dolce di quello
guadagnato” diceva il Fast Eddie di Il
colore dei soldi, 1986), perché ci si ingozza fino a strozzarsi, ingoiando
quattrini in overdose (“mi sono mangiato due milioni di dollari” balbetta strafatto
il partner Donnie Azoff). Non se ne possono più seguire gli spostamenti, tracciarne
il percorso preciso (l’uomo con la valigetta diretto alla cassaforte nel piano
sequenza iniziale di Casinò, 1995). Tastarne la consistenza materica e simbolica.
The Wolf of Wall Street ne fa risuonare soltanto il rumore, il rimbombo assordante. Un caos di telefoni roventi, urla, trombe, tamburi e tastiere ticchettanti negli uffici sovraffollati della finanza di fine anni '80-inizio '90. Nell’era della speculazione immateriale, il potere e la pregnanza del feticcio-denaro si convertono nella volontà di potenza e godimento sfrenato di chi lo consuma come una droga.
Più che su conti offshore e banche straniere, il capitale si trasferisce sui corpi. Corrodendoli, scialacquandoli, dissipandoli (svalutandoli?). Sostanza stupefacente appiccicata sulla pelle, come sintetizzato dall’immagine della stripper coi verdoni incollati addosso con il cellophane.
The Wolf of Wall Street ne fa risuonare soltanto il rumore, il rimbombo assordante. Un caos di telefoni roventi, urla, trombe, tamburi e tastiere ticchettanti negli uffici sovraffollati della finanza di fine anni '80-inizio '90. Nell’era della speculazione immateriale, il potere e la pregnanza del feticcio-denaro si convertono nella volontà di potenza e godimento sfrenato di chi lo consuma come una droga.
Più che su conti offshore e banche straniere, il capitale si trasferisce sui corpi. Corrodendoli, scialacquandoli, dissipandoli (svalutandoli?). Sostanza stupefacente appiccicata sulla pelle, come sintetizzato dall’immagine della stripper coi verdoni incollati addosso con il cellophane.
Inside (blow)job
Soldi e droghe entrano in circolo attraverso un linguaggio spinto, urlato, isterico e rabbioso, eppure allentato e biascicato, dove
ci si mangiano parole insieme ai verdoni (Jordan e Donnie che blaterano
insensatamente legati ai fili del telefono).
E poi goliardico, bassoventrale,
compulsivamente sessualizzato fino allo stremo (il rapporto anale mimato da Jordan
come traduzione, contrappunto visivo di un reato senza corpo). Inside (blow)job, seguendo una greed economy imperniata sul capitale
come libidine finanziaria (“strofinatelo pensando ai soldi” istruisce Mark
Hanna/Matthew McConaughey).
I discorsi invasati di Jordan, la voice over che ci interpella, le riunioni strategiche con il team (per assoldare nani usati come freccette) sono la versione euforizzante, demenziale, alcolica, animalesca e caricaturale (Belfort-Popeye) degli sproloqui verbosi e incomprensibili dell’Erik Packer di Cosmopolis (David Cronenberg, 2012).
Belfort ci prova a spiegare qualche tecnicismo finanziario allo spettatore, ma subito si interrompe. I meccanismi strutturali non contano se tutto è all’insegna della sregolatezza. Chimica di squadra e alchimie allucinate, deregulation dissennata di sostanze illegali e titoli tossici, disciolti in un miscuglio letale di paraventi e prestanome. Con l’effetto ritardante di una pillola scaduta. Se il crack fumato in pipa nel retro della tavola calda fa sballare all’istante, il crollo del castello di carta straccia(ta) di Jordan (banconote gettate al vento, accartocciate nel cestino) avviene gradualmente, ma per questo la “botta” è ancor più destabilizzante.
I discorsi invasati di Jordan, la voice over che ci interpella, le riunioni strategiche con il team (per assoldare nani usati come freccette) sono la versione euforizzante, demenziale, alcolica, animalesca e caricaturale (Belfort-Popeye) degli sproloqui verbosi e incomprensibili dell’Erik Packer di Cosmopolis (David Cronenberg, 2012).
Belfort ci prova a spiegare qualche tecnicismo finanziario allo spettatore, ma subito si interrompe. I meccanismi strutturali non contano se tutto è all’insegna della sregolatezza. Chimica di squadra e alchimie allucinate, deregulation dissennata di sostanze illegali e titoli tossici, disciolti in un miscuglio letale di paraventi e prestanome. Con l’effetto ritardante di una pillola scaduta. Se il crack fumato in pipa nel retro della tavola calda fa sballare all’istante, il crollo del castello di carta straccia(ta) di Jordan (banconote gettate al vento, accartocciate nel cestino) avviene gradualmente, ma per questo la “botta” è ancor più destabilizzante.
Quotazioni sballate
I soldi e la droga, scambio di valute
e Quaalude, traffico illecito di flussi e oscillazioni instabili per uno squilibrio
perfetto (“sono i soldi la droga più potente”). Fra i rituali tribali nella giungla
orgiastica della finanza (Jordan in ufficio diffonde il mantra, in
salotto si batte il petto come Tarzan). Parate carnascialesche (molto main e poco mean streets), majorettes maggiorate, sfilate di prostitute al rialzo o al ribasso come le
azioni (dall’extra-lusso delle Blue Chip al cheap
grossolano delle Penny Stock). In un mercato-bordello dove pure il sesso a
pagamento è registrato a bilancio sotto il nome di una corporation.
Ottundimento e sovreccitazione. Le fasi dello sballo descritte da Jordan sono anche gli sbalzi, le impennate di un mercato senza freni e schizofrenico. In sequenza, formicolio pruriginoso, a seminare la seduzione della ricchezza nei ceti più bassi (Jordan è figlio di ragionieri, considerato feccia dal primo datore di lavoro). Farfugliamento e discorsi a vanvera (le telefonate persuasive e ossessionate, i meeting ad alto tasso etilico). Amnesia (clienti usa e getta, i dipendenti interrogati che ripetono “non ricordo” in continuazione). Paralisi cerebrale, stagnazione e riassestamento precario (il Black Monday, la crisi della Stratton). Scorsese ci conduce nel vortice di questo circo lisergico con una messinscena fluida, febbrile e altalenante. Tra montaggio serrato, frame-stop e ralenty stordenti, canzoni sparate al massimo, saturazione visiva, footage in stile videotape ed estetica da spot Tv anni ’90.
Wall Street Jordan diventa per Forbes un “Robin Hood perverso che ruba ai ricchi per dare a se stesso”, con barca “da cattivo di James Bond” e Ferrari bianca “come Don Johnson in Miami Vice”. Un capitano Achab a caccia di balene e pesci grossi (l’1% di super ricchi). Un Willy Wonka zompante con gli umpa-lumpa nella fabbrica dei sogni degli americani. Mentre l’agente alle sue calcagna lo vede come l’ennesimo, spregiudicato Gordon Gekko.
Ottundimento e sovreccitazione. Le fasi dello sballo descritte da Jordan sono anche gli sbalzi, le impennate di un mercato senza freni e schizofrenico. In sequenza, formicolio pruriginoso, a seminare la seduzione della ricchezza nei ceti più bassi (Jordan è figlio di ragionieri, considerato feccia dal primo datore di lavoro). Farfugliamento e discorsi a vanvera (le telefonate persuasive e ossessionate, i meeting ad alto tasso etilico). Amnesia (clienti usa e getta, i dipendenti interrogati che ripetono “non ricordo” in continuazione). Paralisi cerebrale, stagnazione e riassestamento precario (il Black Monday, la crisi della Stratton). Scorsese ci conduce nel vortice di questo circo lisergico con una messinscena fluida, febbrile e altalenante. Tra montaggio serrato, frame-stop e ralenty stordenti, canzoni sparate al massimo, saturazione visiva, footage in stile videotape ed estetica da spot Tv anni ’90.
Wall Street Jordan diventa per Forbes un “Robin Hood perverso che ruba ai ricchi per dare a se stesso”, con barca “da cattivo di James Bond” e Ferrari bianca “come Don Johnson in Miami Vice”. Un capitano Achab a caccia di balene e pesci grossi (l’1% di super ricchi). Un Willy Wonka zompante con gli umpa-lumpa nella fabbrica dei sogni degli americani. Mentre l’agente alle sue calcagna lo vede come l’ennesimo, spregiudicato Gordon Gekko.
I nativi della finanza
Ma Jordan Belfort è soprattutto
individuo-simbolo che trova la sua ragion d’essere nel solco e nel percorso della
Storia americana. Più che rockstar
attorniata da fan e groupie, un
fanatico Presidente neo-con da convention, ad arringare gli eletti alla sacra missione del denaro dal palco dell'ufficio (“Voglio che
risolviate i vostri problemi diventando ricchi”). Ultimo (?) prototipo e incarnazione
evolutiva delle grandi figure scorsesiane incastonate tra grandezza e debolezze, sullo sfondo della nascita e del perpetuarsi di una Nazione.
Nuova modulazione del corpus attoriale di Leonardo di Caprio, nel riflettere tappe e contraddizioni USA. La ricerca di vendetta, riconoscimento e riscatto sociale delle minoranze impersonata dall’Amsterdam Vallon di Gangs of New York (2002). Il fervente rampantismo dell’Howard Hughes stretto fra manie igieniste e megalomania geniale di The Aviator (2004). L’autodistruzione, la rimozione di una coscienza colpevole e sanguinaria filtrate nel Teddy Daniels di Shutter Island (2009). La labilità dei confini bene/male, il mito della doppia faccia crimine/società civile e della seconda occasione (e)spiati dal Billy Costigan di The Departed (2006).
Infine, eccoci alla scalata ai vertici della Borsa di Jordan Belfort. “La Stratton Oakmond è l’America” dice della sua compagnia. L’ennesima terra della opportunità, fecondo avamposto (finanziario) da saccheggiare e approdo terminale di un sistema costruito e alimentato con l’avidità. E’ lo stesso Jordan a illustrare il cortocircuito quando cita i pellegrini del Mayflower che, appena sbarcati sulle coste, avrebbero per prima cosa impresso sulla roccia, indelebilmente, il nome della Stratton Oakmont. Anche l’inquirente di Jordan userà una metafora colonialista per fargli capire che si trova in trappola (il riferimento è all’occupazione dell’isola di Grenada da parte dell’esercito Usa nel 1983).
L’America nata sulla strade, ora rinasce nella rincorsa all’oro e alle illusioni di Wall Street.
Nuova modulazione del corpus attoriale di Leonardo di Caprio, nel riflettere tappe e contraddizioni USA. La ricerca di vendetta, riconoscimento e riscatto sociale delle minoranze impersonata dall’Amsterdam Vallon di Gangs of New York (2002). Il fervente rampantismo dell’Howard Hughes stretto fra manie igieniste e megalomania geniale di The Aviator (2004). L’autodistruzione, la rimozione di una coscienza colpevole e sanguinaria filtrate nel Teddy Daniels di Shutter Island (2009). La labilità dei confini bene/male, il mito della doppia faccia crimine/società civile e della seconda occasione (e)spiati dal Billy Costigan di The Departed (2006).
Infine, eccoci alla scalata ai vertici della Borsa di Jordan Belfort. “La Stratton Oakmond è l’America” dice della sua compagnia. L’ennesima terra della opportunità, fecondo avamposto (finanziario) da saccheggiare e approdo terminale di un sistema costruito e alimentato con l’avidità. E’ lo stesso Jordan a illustrare il cortocircuito quando cita i pellegrini del Mayflower che, appena sbarcati sulle coste, avrebbero per prima cosa impresso sulla roccia, indelebilmente, il nome della Stratton Oakmont. Anche l’inquirente di Jordan userà una metafora colonialista per fargli capire che si trova in trappola (il riferimento è all’occupazione dell’isola di Grenada da parte dell’esercito Usa nel 1983).
L’America nata sulla strade, ora rinasce nella rincorsa all’oro e alle illusioni di Wall Street.
"Vendimi questa penna"
Scorsese non condanna e non assolve.
Anzi confonde le carte e insinua dubbi, rimettendo tutto in discussione nel
finale. È interessante il parallelo con gli esiti di Prova a prendermi (2004) di Steven Spielberg: anche lì un capitalista giovane,
ambizioso e immorale (sempre interpretato da Di Caprio) inseguito da un agente
retto e scrupoloso, con i due che finiscono per collaborare. Ma se
Spielberg può avere una visione
dialettica e (ri)conciliata, con il truffatore che si redime lavorando al
servizio della giustizia, fianco a fianco con il suo ex-cacciatore, Scorsese la
rifiuta nettamente.
I ruoli si mischiano, i valori sobbalzano e vacillano, in borsa come nella vita. La morale non esiste, o è un disvalore inutile e deprezzato nel mondo-mercato dove tutto è in vendita. Il poliziotto si rivela individuo frustrato, oltre che broker mancato. Belfort, da par suo, non impara la lezione e nemmeno può insegnarla, come il Gordon Gekko reo confesso, guru e seminarista cool di Wall Street – Il denaro non dorme mai (Oliver Stone, 2010). Di fronte ai nuovi adepti alla finanza, Belfort ne scopre tutta la pochezza, la goffaggine e l’incompetenza (quegli sguardi stupidi e stupiti su cui si chiude il film). Una generazione impreparata, inaffidabile, probabilmente inadeguata a gestire la crisi del nostro tempo.
Così, quasi si rimpiange l’ingenuità dei “bravi ragazzi” del quartiere di Jordan, che tra un furto e uno spaccio, sapevano almeno vendere (e vendersi) una penna.
I ruoli si mischiano, i valori sobbalzano e vacillano, in borsa come nella vita. La morale non esiste, o è un disvalore inutile e deprezzato nel mondo-mercato dove tutto è in vendita. Il poliziotto si rivela individuo frustrato, oltre che broker mancato. Belfort, da par suo, non impara la lezione e nemmeno può insegnarla, come il Gordon Gekko reo confesso, guru e seminarista cool di Wall Street – Il denaro non dorme mai (Oliver Stone, 2010). Di fronte ai nuovi adepti alla finanza, Belfort ne scopre tutta la pochezza, la goffaggine e l’incompetenza (quegli sguardi stupidi e stupiti su cui si chiude il film). Una generazione impreparata, inaffidabile, probabilmente inadeguata a gestire la crisi del nostro tempo.
Così, quasi si rimpiange l’ingenuità dei “bravi ragazzi” del quartiere di Jordan, che tra un furto e uno spaccio, sapevano almeno vendere (e vendersi) una penna.
venerdì 10 gennaio 2014
American Hustle - L'apparenza inganna
Regia: David O. Russell
Camerini con (s)vista
O. Russell pedina i personaggi tra appartamenti, cucine in fiamme, bagni, stanze d’albergo, corridoi, sale appartate e suite lussuose. Tutti luoghi-backstage, camerini con (s)vista sul sogno americano: ogni volta in pezzi e ogni volta in procinto di ricomporsi. Perché la terra delle opportunità è anche il luogo dove “la necessità (di sopravvivere) è la madre dell’invenzione”.
Anno: 2014
Irving
Rosenfeld è un truffatore arricchitosi con lo smercio di quadri rubati e falsi
prestiti a gente disperata. Pizzicato da un ambizioso agente Fbi insieme alla
socia/amante Sidney, in cambio dell’immunità è costretto a collaborare a una
pericolosa operazione di polizia, tra giochi di potere, bugie e inganni
insospettabili.
Camerini con (s)vista
“Che
io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster” diceva l’Henry Hill
protagonista di Goodfellas di Martin Scorsese, aprendo il flashback
sulla sua infanzia di quartiere. “Volevo stare dalla parte di chi fregava, non di
chi, come mio padre, veniva fregato”, spiega con sicurezza l’Irving Rosenfeld
di American Hustle, ragazzotto svelto a imparare la dura legge dei
bassifondi, fracassando vetrate a colpi di mattone.
Sembrerebbe
dunque un perfetto bravo ragazzo scorsesiano in erba, Irving. Non fosse che
all’opulenza megalomane, alla gloria e all’ambizione sfrenata, predilige un
profilo basso, da “peso medio” della vita, un pò come i pugili di periferia di The
Fighter (2010).
Furtarelli,
patacche d’autore che nessuno reclama, ricettatori di mezza tacca, spiantati
con l’acqua alla gola. Agire in un mare di pesci piccoli, colpire a raggio
limitato, senza intaccare gli affari dei grandi “squali” della società.
Una
“visione” (parola che occorre più volte lungo il film) del sogno americano per
una volta smaller than life, serenamente circoscritta. Riversata
nel desiderio, nell’abbandono totale ad un amore sconfinato (quello per Sidney)
eppure racchiuso in uno sgabuzzino striminzito.
Dove
cinti dal roteare di un appendiabiti meccanico, Irving e Sidney danzano
teneramente sulla musica di Duke Ellington (anche la coppia de Il lato
positivo si saldava nel momento del ballo). Stretti, quasi soffocati dai
vestiti inamidati della lavanderia.
Vite
e corpi sempre al centro del travestimento, del trucco
pesante o coprente: smalti profumati, rossetti e pelle affumicata dalle
lampade di Rosalyn/Jennifer Lawrence, ricci e ciocche di bigodi di
Richie/Bradley Cooper e Sidney/Amy Adams, i capelli impomatati e laccati di
Irving/Christian Bale, la parrucca alla Joe Pesci di Carmine Polito/Jeremy
Renner.
Galleria
di falsi e falsari, costruiti ad arte ma più veri del vero (“Le
persone credono a ciò a cui vogliono credere”). Come il finto (?) “San
Bartolomeo” di Rembrandt di fronte al quale Irving istruisce Richie sulla
natura della finzione.
Continua
(re)invenzione, falsificazione, contraffazione di se stessi, prima di tutto. Un
make-up facciale e personale che diventa metafora del ritratto e del restyling
a matita (chiaro)scura di un intero Paese. Gli Usa perennemente affannati a
rifondare, ricostruirsi, ripianarsi e ripararsi (mafia, politici e imprenditori
uniti per riportare Atlantic City agli antichi, scintillanti fasti del
Proibizionismo).
In
un sistema (liberale o criminale?) di poteri e loschi interessi mai veramente
sepolto. Ma sempre in via di ristrutturazione, di abbellimento (?) e
ammodernamento. Come il soffitto a volta dipinto di cui si vanta Polito,
rimesso a nuovo ignorando leggi da lui stesso emanate. Smascherare i corrotti
allora, non significa tanto arrestare i criminali che sparano per strada
lasciando i cadaveri sul marciapiede (il boss Tellegio in un cameo fulminante
di De Niro).
Quanto
levare via il cerone della rispettabilità. Scrostare la patina di legalità dal
volto (apparentemente) pulito di burocrati, avvocati, senatori. Svelare i
trucchi della politica davanti alle telecamere. “Struccare”, invece di
incollare riporti allo specchio come Irving nell’incipit.
O. Russell pedina i personaggi tra appartamenti, cucine in fiamme, bagni, stanze d’albergo, corridoi, sale appartate e suite lussuose. Tutti luoghi-backstage, camerini con (s)vista sul sogno americano: ogni volta in pezzi e ogni volta in procinto di ricomporsi. Perché la terra delle opportunità è anche il luogo dove “la necessità (di sopravvivere) è la madre dell’invenzione”.
Un
piano geniale per gabbare gli altri, dopo un’intera vita passata a “truffare se
stessi”, a ingannarsi, sfuggendo ai rischi e a dolorose verità. Almeno finché
non si è trovato l’amore “vero”, che permetta di accettarsi come siamo, senza
disagi, paure, imbarazzi. Sentendosi parte di un segreto che nessun altro
sembra avere scoperto.
Più
che i milioni, è questa l’unica posta in gioco. Come dice Sidney ad Irving:
“Non sei niente per me, se non puoi essere tutto”. E a questo tutto si cerca di
restare abbracciati, continuando a danzare sulle note swingeggianti di Jeep’s
Blues di Duke Ellington. Tutto il resto, soldi compresi, può aspettare.
mercoledì 30 ottobre 2013
La stagione dei Grandi (ritorni)
IL GRANDE GATSBY (The Great Gatsby, 2013) di Baz Luhrmann
Le scorrerie sfrenate della jazz age fitzgeraldiana, ne Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann
diventano racconti dell’età del rap. Con le rime di Jay-Z, il
montaggio sbalzante e sincopato. Le folli corse in auto. Le vertigini visive
della m.d.p. sui grattacieli della City e in volo sulle tenute principesche di
Long Island.
Una scatenata orgia visiva. Cine-festa
mobile di sonorità synth-pop e immagini sgargianti fino al parossismo
caro al regista. Sbornia alcolica da stordire i più rigorosi puristi del
romanzo, anche peggio dei coloratissimi fluo-drink serviti a casa Gatsby.
Gli spettatori-letterati imbucati allo
sfavillante allestimento scenico come gli ospiti ai party di Gatsby. Entrambi
rapiti dal pomposo sfarzo della confezione. A guardarsi intorno, cercando
tracce del saccheggio del romanzo (i primi). O della corruzione di un’identità
indecifrabile (i secondi). Il cui segreto non nasconde nulla di
meschino. Solo incorruttibile purezza e fedeltà incrollabile a una lucida
illusione, meticolosamente coltivata. Vitale e tragica ossessione a cui
Luhrmann dà via via maggior respiro (la delicatezza poetica nell’incontro di
Gatsby e Daisy).
Restituendo la vena malinconica sul
tramonto di un’era. La vacuità e il disfacimento della società americana
descritti nel testo d’origine. Naturalmente filtrato attraverso lo sguardo
lunare e stupefatto del Nick Carraway di Tobey Maguire. Osservatore distaccato
e abbagliato testimone “oculare”. Dentro e fuori dal racconto al tempo stesso.
Anche visivamente. Quando dall’interno dell’hotel rimira se stesso all’angolo
della strada. Incrociando nel suo doppelgganger
lo sguardo dello “spettatore casuale” intento a contemplare la “parte di
segreto umano” sprigionata dalle finestre illuminate. Non più solo voce narrante. Ma viva incarnazione del
“grande romanzo americano” (così lo apostrofa Tom Buchanan). Vero creatore
della storia battuta a macchina. Di cui si appropria apponendoci la firma.
Suggellando il titolo del manoscritto (“Gatsby”) con quelle due parole aggiunte
a mano (“The Great”). Vergando la pagina filmica con i passi del romanzo a
scorrere fugaci sullo schermo, prima di sbriciolarsi come cenere.
La scrittura come riattivazione del
ricordo e prezioso recupero della memoria. Unico rimedio al pericoloso
riaffacciarsi di antichi demoni. E’ la cura prescritta dallo psichiatra allo
smorto Nick Carraway in
treatment, recluso in clinica, depresso e alcolizzato (invenzione
assente nel romanzo). Luhrmann, con una personalissima ri(scrittura) del
classico, si affida a questo personaggio per esorcizzare gli incubi post-Grande
depressione che, tristemente, sono gli stessi di oggi: la crisi
deflagrante e l’esplosione della bolla finanziaria. Il degrado umano e morale,
la solitudine dell’individuo.
Alla ricerca dell’unica catarsi
possibile, quella offerta dalla vivacità rilucente del prodotto artistico.
Almeno al cinema, illusione plausibile e realizzata (?), al contrario di quella
di Gatsby, c’è speranza di tornare a ruggire.
LA
GRANDE BELLEZZA (2013) di Paolo Sorrentino
“A 65 anni, non posso più perdere tempo a
fare cose che non mi va di fare” è il mantra di Jep Gambardella.
Paolo Sorrentino non ci ha mai nemmeno provato a compromettersi con storie in
cui non credesse fermamente. Con La
grande bellezza conferma l’originalità di uno sguardo/squarcio sul visibile
che evade la dicotomia visivo/narrativo.
Basterebbe l’incipit. L’abbraccio volante
su luoghi e figure di Roma non in montaggio descrittivo, alla Woody Allen. Al
massimo "decrittativo". Posato su qualcosa per
decifrare vissuti e contraddizioni della Città Eterna. Il placido silenzio
marmoreo di statue e palazzoni. L’armonioso canto lirico e le becere imprecazioni
di un autista. Lo spiegone routinario della guida e frotte di turisti
orientali. Uno si defila dal gruppo, colpito da uno scorcio inatteso nel
panorama. Una rivelazione improvvisa. La grande bellezza che lo folgora per un
attimo e subito gli è fatale, inafferrabile e irraccontabile come il nulla
eterno in cui sguazzano i personaggi.
Poi, l’urlo di una donna sparato in
faccia allo spettatore, ed eccoci dentro il rumoroso cicaleggio notturno della
mondanità. Lassù, nel cielo artificiale di questa funerea e carnascialesca Roma
da bere, il titolo del film campeggia in aria come uno spotlight. La festa comincia, tutti salgono in carrozza.
L’anfitrione Jep, consumato viveur alla
ricerca del tempo perduto, vistoso dandy
dall’incorreggibile parlata cadenzata. Centometrista della vita
che in un lampo velocissimo ha bruciato fama, amicizie e amori. Uno scatto
fulminante, poi più nulla. Sdraiato a tirare il fiatone in terrazza, tra una
boccata di fumo e l’altra. (“Perché non hai più scritto?”. “Sono uscito troppo la
sera”). Il drammaturgo alla ricerca di versi e piacere dannunziani (Verdone),
ostinatamente votato a una musa cialtrona che neanche lo calcola. L’ex soubrette televisiva oversize e cocainomane.
Ricchi di professione,
scrittrici-portaborse sinistrate, aristocratiche radical chic. Nobili a noleggio e anziane principesse annoiate al
tavolo delle carte. Tronfi collezionisti di opere kitsch e pacchianerie di pseudo-artisti da salotto.
Arte povera e umanità poverissima. Prelati che sorseggiano champagne in
ristoranti alla moda e giovani novizie in coda per un’iniezione di botolino. Il
pedante e sussiegoso cardinal Bellucci (Herlitzka), appassionato di culinaria
geloso di attenzioni, che dispensa ricette invece di concedere udienza
spirituale.
Tutti ugualmente disperati, cui non resta
che farsi compagnia e prendersi un po’ in giro, prima che cali il sipario sullo
“squallore disgraziato e l'uomo miserabile”. Sorrentino
scalfisce, profana la sacralità dell’icona (religiosa, cinematografica)
dissacrando con levità, senza cattiverie, rabbia indignata né compiacimento.
Soltanto rapito, curioso, amareggiato dalla varietà di quest’umanità stanca,
sfibrata e sudaticcia che scimmiotta trenini “belli perché non vanno da nessuna
parte”.
mercoledì 3 luglio 2013
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